Testi

Senza i colori saremmo morti. Almeno tutti noi che viviamo in città.
E ovviamente, a piedi, passiamo per gli incroci regolati dai semafori. Saremmo certamente più tristi.
O forse l’abitudine alla monocromia -alla modulabile gamma dei grigi tra il bianco e nero- riuscirebbe a costituirsi come una modalità adattabile persino alla gioia? La domanda oltre che complessa è infinita.
Secoli di studi, migliaia di saggi e ricerche hanno sviscerato la questione su molteplici livelli di senso.
Dalla fisiologia alla quantistica. Dalla psicologia alla teologia.
Cosa diavolo è il colore? Il quesito è inevitabile di fronte ai quadri della Lefter.
Che sembrano prenderci per il bavero della giacca e spintonarci sono a buttare di forza il nostro viso in mezzo a dense pennellate di bianchi zinco o titanio, gialli limone, blu indaco e rossi porpora o magenta.
Un impatto violento. Quasi scioccante.
Una pittura con un che di allucinogeno. Se fossimo negli anni Sessanta o Settanta sarebbe perfetta per le cover dei dischi in vinile di gruppi musicali collaterali all’acido lisergico. Ma siamo nel 2011. E per il muto dizionario il colore “è la percezione visiva generata dai segnali nervosi che i fotorecettori della retina mandano al cervello quando assorbono radiazioni elettromagnetiche di determinate lunghezze d’onda e intensità”. Difficile? Basta rileggerlo piano.
Non solo la Lefter ha dei segnali nervosi e delle cellule foto recettive molto spesse, direi quasi violente. Ma con le sue mani, grazie ai pennelli, spara dentro il nostro cervello degli interi caricatori di radiazioni elettromagnetiche.
Bum Bum! Ra-ta-ta-ta-ta-ta-ta!! Wow!
Se guardate da vicino i suoi dipinti colpisce non solo l’accostamento cromatico di volta in volta scelto, ma persino lo spessore dell’impasto e le pennellate sempre nervose, decise, caustiche. Cristina ha un’anima dolce e gentile con un fondo di violenza e incazzatura direi. Di forza. Tantissima forza.
Qualche volta sembra la versione femminile di alcuni lavori tardi di Schifano. Quelli con i fondi altalenanti tra i blu e i verdi e sopra decine e decine di pennellate circolari: di cerchietti fatti col blu, il giallo, il rosa, il rosso. Una sorta di spirale cromatica autoreferenziale.
Un vorticoso girotondo tra i colori sino a quando cadi per terra con la testa in pallone che gira, gira e continua a girare. Anche nei lavori dove potete intravedere un paesaggio o una casa sono certo che Cristina sia arrivata dopo. Dipingendo furiosamente.
Dopo cavalcate imperiose sotto il freddo e la neve sul pennello imbizzarrito e ubriaco di trementina, con le spatole gocciolanti, magari si è accorta del profilo di un albero che occhieggiava sulla tela. E ha deciso di seguirlo. Questo significa dipingere.
E’ vero, uno dei miei maestri ricordava spesso che il vero problema non è dove stendere il colore, ma dove imparare a trattenersi dallo stenderlo. Lo studio delle composizioni cromatiche, nel mio caso, impone silenzio, concentrazione, lunghissime attese prima di riempire magari un centimetro quadrato. Ripassi e ridipinture alla ricerca di veli e sovrapposizioni.
Ma dire alla Lefter tutto ciò non solo è impossibile. Sarebbe come ululare alla luna cercando di spostarla. E’ la densità delle sue vibrazioni che sposta. Davanti ad alcuni suoi lavori ho la sensazione d’essere preso a spintoni. D’essere schiaffeggiato.
Sono le colate pollockiane tra i racemi dei rami che accarezzano lo sguardo tra le esplosioni cromatiche e violente. Personalmente ho una preferenza per i suoi lunghi indugi tra i rosa e i turchesi. Quando il pennello accarezza circolarmente il fondo della tela.
Ma anche in questi casi la forza e l’irruenza sono ben presenti proprio negli spessori del colore. La pittura della Lefter assomiglia a una droga sintetica. Solo che invece di distruggere le cellule cerebrali le illumina di colpo con una luce improvvisa e violenta. Viva la pittura! Forever.

Milano, 28 gennaio 2011

Paolo Manazza


La pittura diventa protagonista in una scenografia ideale colma di archetipi e scorie, nella quale una luce insistente ed enigmatica, a tratti spirituale, guadgna in modo verticale i vari soggetti raffigurati.
Non esiste, naturalmente, alcuna concessione al superfluo in questo esercizio votato alla veritàultima delle cose e dunque al rigore più essenziale, sorretto da una rifflessione continua, talvolta esasperata, sull’esistenza e sulle mille regole, talvolta indecifrabili, che ne disciplinano il corso.
Scrive Camus: “Oggi mi sento finalmente libero dal mio passato e da ciò che ho perduto”.
Chissà se Cristina Lefter ha mai provato questa sensazione… Certo è che ha talento, e si cerca. Raccontandosi, nascosta fra le pieghe più oscure dei suoi ritratti, mentre prosegue in quel misterioso cammino, dal finale mai annunciato, che è la vita.

Giovanni Faccenda